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GLUCK Christoph Willibald
(Erasbach, 2/7/1714 – Vienna, 15/11/1787)

Ovvero “il riformista”. Tale, è, infatti, l’icona di un musicista che deve la sua memoria all’urgenza delle sue convinzioni interiori tese a ribaltare il modo di fare teatro e musica per il teatro. C’è molta Italia nella sua vita: c’è Milano e l’amicizia con il conte Antonio Maria Melzi , ci sono le lezioni di Sammartini, ci sono le prime composizioni strumentali e poi le prime opere date con buon successo per il pubblico meneghino, al Teatro Regio Ducale, per i loggioni di Torino e di Venezia. Poi c’è Vienna e la composizione delle sue pagine più importanti: “Orfeo ed Euridice”, “Alceste”, “Paride ed Elena”, opere che rappresentano il suo manifesto culturale la cui concezione si estrinseca grazie anche al lavoro e alla collaborazione di un fidato librettista quale Ranieri de’ Calzabigi. I principi della riforma vennero esplicitati e perfezionati nell’ “Alceste” la cui edizione originale contiene una prefazione di carattere programmatico in cui l’autore ricorda alcuni principi fondamentali: unitarietà drammaturgica che parte dal primo impatto creato dall’ambientazione della sinfonia d’apertura; obbligo dei cantanti ad attenersi alla pagina musicale vergata dal compositore senza ricorrere a nessun tipo d’ornamento personale ed arbitrario; unica dimensione tra aria, arioso  e recitativo, alla ricerca dell’espressione e del valore della parola con il suo rilievo fonetico e semantico; protagonismo del coro che assume il ruolo di un personaggio; funzione espressiva dell’orchestra e suo ruolo indipendente senza limitarsi al solo accompagnamento….e molti altri sono i concetti portati avanti fino al razionalismo gluckiano teso a rinnegare la musica come semplice edonismo sensoriale. Una ribellione di ordine etico, quindi. Gluck cessò di comporre nell’ultimo decennio della sua vita, addolorato per l’insuccesso d’ “Echo e Narcisse”. Parole e musica che si incontrano nella semplificazione formale e nel  miracolo dell’espressione, pensava Christoph. E aggiungeva una tersa melodia a supporto di uno straziante interrogativo: “Che farò senza Euridice? Dove andrò senza il mio ben?” (gnv)