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STRAVINSKIJ Igor Fedorovic
(Lomonosov, 17/6/1882 – New York, 6/4/1971)

Discettare su Stravinskij è come comporre le facce del cubo di Rubik. Anche oggi difficilmente se ne viene a capo. Lui quando scrisse su “La poetica della musica” che l’arte dei suoni non può essere mai racchiusa in canoni prestabiliti, anzi, che si trattava di un arte fortemente dinamica, forse rileggeva la sua vita di intellettuale posto a risolvere i problemi del suo lavoro in modalità asistematica, come se l’intelligenza fosse chiamata sempre e comunque a non ricorrere a procedimenti prestabiliti. Russo di nascita, nomade d’azione, americano per necessità, come dice Pannain, squarcia i sistemi con la prima de “Le Sacre du Primtemps” il 28 maggio del 1913. “ La musica è di una crudezza che attacca l’anima come una tramontana - scrisse Paul Claudel – e vi penetra fino alle ossa, come quel sole corrosivo che fonde il ghiaccio, una specie di verdezza acida, una acredine di succhi e sempre, sempre quel prolungarsi a perdita d’occhio della stessa nota”. Da questo momento la musica non è più la stessa. Si altera il rapporto tra pubblico e suoni, la critica deve staccarsi da una lettura “facile” sulle scelte formali e linguistiche che si scrollano del passato inventando uno stile alla prima impressione quasi indecifrabile. La sorpresa saranno le opere che si rifanno al “Pulcinella”, balletto che conduce l’autore sulla via di un tribolato neoclassicismo, o alla reinvenzione di un genere sacro (“Sinfonia dei Salmi”, la messa e i mottetti) dove si mischiano gregoriano, fiamminghismo, ars antiqua, di impareggiabile asciuttezza e densità di pensiero spirituale. C’è Mozart e Donizetti nel “The rake’s progress”, c’è il jazz qua e là imparato dalla partitura, dallo scritto musicale e mai orecchiato. E, come giusto che sia per un protagonista musicale del suo secolo, si arriva alla sperimentazione dodecafonica (“Canticum sacrum” del 1955, quindi alcuni decenni dopo l’ideazione schoenberghiana della sconvolgente tecnica musicale novecentesca. Le ultime prove del maestro tornano alla orchestrazione di alcune pagine bachiane del “Clavicembalo ben temperato”, come a dire:”Una vera tradizione non è la testimonianza di un passato concluso, ma una forza viva che anima e informa di sé il presente. In tal senso è vero il paradosso per cui si afferma scherzosamente che tutto ciò che non è tradizione è plagio….”. (gnv)