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TCHAIKOWSKI Peter Ilic
(Kamsko-Votkinsk, 7/5/1840 – San Pietroburgo. 6/11/1893)

Ogni tanto bisognerebbe rivedere “L’altra faccia dell’amore”. film del 1971 di un genio visionario e un po’ folle di nome Ken Russel. E’ il film del tormento, è il racconto di una vita vissuta con il senso di colpa e il terrore di una solitudine affettiva insostenibile. La disperazione si trasforma in musica dove la melodia, l’eleganza della strumentazione, il gusto di comunicare colori e affetti, denotano il musicista di razza, il musicista più europeo nato in terra di Russia. “Un bambino di vetro”, dicono della sua fanciullezza in ordine alla sua sensibilità. Un giovane uomo irrequieto quando scrive il suo concerto per pianoforte e orchestra che pare voler scardinare un modo di pensare in musica che è il dialogo consolidato tra tastiera e complesso orchestrale. In una vita d’artista  dove le ultime sinfonie sono considerate dai critici il meglio della sua produzione, ma dove spuntano nel disagio dell’esistenza, le oasi di serena visione del reale con i balletti “Il lago dei cigni”, “Lo schiaccianoci”, “La bella addormentata”, schizzi pittorici che lo consegnano ai posteri più attenti, forse,  al “consumo di musica “ che non alla lettura della complessità estetico-poetica. Ma è grande musica anche quella, spettacolo della danza sostenuta da una filigrana sonora costruita su una orchestrazione inimitabile. Un matrimonio di facciata durato pochissimo e finito tragicamente per la sposa che finisce in manicomio. Una relazione epistolare con una sconosciuta ammiratrice (Nadezda von Meck) che lo sostiene economicamente perché soggiogata dalla magia sentimentale che Peter evoca ogni volta che riempie il pentagramma. Era un grafomane. Anche una ventina di lettere al giorno. Il suo capolavoro per il teatro, “Eugenio Onieghin” inizia con una scena rimasta famosa, quella “della lettera” e delle pene d’amore. Lettere e scritti sono un fiume in piena nella sua vita. Non trovò pace e serenità neppure con la sua attività di direttore d’orchestra, amato e ammirato in giro per l’Europa. Fu un grande viaggiatore. Alla ricerca di sé e alla ricerca dell’arte dentro di sé. Una conclusione dei suoi giorni avvolta dal sospetto del suicidio. La “Patetica” sta a Peter come il “Requiem sta Wolfgang. Si finisce nel dolore e nel mistero. (gnv)